La salita a Gerusalemme attraverso la Samaria abbiamo visto che tocca Jenin, Burkin, Dotan, Sebastya e Nablus, l’antica Sichem.

Ora da SIchem, fra colline e vallate, proseguiamo in direzione di Ramallah.

Il primo sito importante che troviamo è Silo e la sua valle.



Oggi di questo centro rimangono pochi resti all’interno di un insediamento israeliano. La sua storia però merita di essere ricordata. Nella Bibbia, il libro di Giosuè, all’inizio del capitolo 18, dice: «Tutta la comunità degli israeliti si radunò a Silo e qui eresse la Tenda del Convegno». Era stata trasportata lì da Galgala, vicino Gerico, dove era stata eretta dopo il passaggio del Giordano.

Davanti alla Tenda Giosuè assegnò i territori alle sette tribù che ancora non li avevano ricevuti e cioè a Beniamino, Simeone, Zabulon, Issacar, Aser, Neftali e Dan.

A Silo la Tenda del Convegno rimase circa tre secoli. Qui il popolo si ritrovava per le grandi feste. Questo fatto, durante il periodo dei Giudici, contribuì a conservare la coscienza che le tribù formavano l’unico popolo di Dio.

La fama di Silo è legata anche alla storia di Samuele. Profeta e ultimo giudice in Israele, il quale, impetrato dalla madre sterile proprio in quel santuario, crebbe lì alla scuola di Eli, sacerdote e giudice e ne prese il posto alla sua morte. Proprio con la morte di Eli e dei suoi figli finì la fama di Silo. Infatti i Filistei riconfinarono gli israeliti in una sanguinosa battaglia e si impadronirono dell’Arca dell’Alleanza. Quando essi la restituirono questa si fermò a Kiriat-Iearim e vi rimase fino a quando David la portò a Gerusalemme.

Secoli dopo il profeta Geremia dirà che il Tempio della Città santa farà la fine di Silo: «Andate nella mia dimora di Silo, dove avevo da principio posto il mio nome, considerate che cosa io ho fatto a causa della malvagità d’Israele mio popolo… Io tratterò questo tempio nel quale è invocato il mio nome, e questo luogo che ho concesso a voi e ai vostri padri, come ho trattato Silo» (Ger  7,12.14).

Scavi per riportare alla luce reperti archeologici furono fatti intorno agli anni trenta del secolo scorso e dopo il 1967.

Oggi sul Tel vi sono resti di fortificazioni del periodo degli Hyksos, mentre fuori del tel si notano resti di abitazioni e soprattutto edifici sacri del periodo bizantino, con alcuni mosaici.

 

Dopo la visita agli scavi di Silo il programma avrebbe previsto il passaggio a quelli di Bet-El, ma la ricerca del sito è stata vana perché, entrati nell’insediamento ebraico di Beit-El, non siamo riusciti ad aver indicazioni per raggiungerlo. All’uscita la strada ci ha portato ad un altro chek-point e non è rimasta che la possibilità di visitare Ramallah.

L’immergersi nella città tra una fantasmagoria di colori e la varietà incredibile degli odori orientali, ha fatto dimenticare presto la delusione.

La città, diventata sotto Arafat l’ipotetica capitale palestinese, è cresciuta a dismisura e i suoi palazzi la fanno somigliare ad una città occidentale. Ma gli abitanti non si smentiscono e conservano fortunatamente il loro modo disincantato di affrontare il quotidiano. Eppure di problemi ne hanno!

Anche qui la popolazione è a stragrande maggioranza musulmana. Leggendo una guida edita alcuni anni fa si dice che i cristiani erano la maggioranza, ma a quel tempo gli abitanti erano 17000. Quella dei cristiani cattolici, latini e melkiti, ortodossi e protestanti, è una presenza viva, come del resto un po’ dovunque nella Terra del Santo. Vivace è anche la presenza nell’Università di Bir-Zeit, grazie all’animazione dei nostri amici abouna Rafiq e abouna Louis.

 

A proposito di presenza cristiana abbiamo incontrato a Taybeh, dove ci siamo recati, subito dopo Ramallah, una realtà unica: gli abitanti di questa cittadina sono tutti cristiani. Da sempre.

Taybeh, che si raggiunge dopo circa 30 km a nord est di Ramallah, è situata a 870 metri di altitudine, ai bordi del deserto di Giuda che domina il Giordano e Gerico.

È la Efraim evangelica, il villaggio dove Gesù si ritirò per un po’ di tempo assieme ai suoi discepoli, dopo che il sommo sacerdote Caifa aveva suggerito al sinedrio: «Non vi rendete conto che è conveniente per voi che uno solo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera» (Gv 11,50ss).

Le abitazioni si stendono ai piedi dei resti del castello crociato di S. Elia. Vi sono tre chiese: quella dedicata a «El-Khader» («il verdeggiante») cioè san Giorgio, quella ortodossa, di origine bizantina, e quella cattolica dedicata a “l’ultimo rifugio di Gesù”.

Sull’abside di questa un grande mosaico rappresenta Gesù che entra nel villaggio. Sulla destra di chi guarda l’opera, vistosa appare l’immagine di Charles de Foucauld. Quella di frère Charles è una figura molto amata qui. Egli, quando da Nazaret saliva a Gerusalemme, godeva dell’ospitalità del parroco di Taybeh. Oggi il locale dove veniva accolto è luogo di ritiro e per l’adorazione eucaristica. Alcuni sono convinti che «Retraite a Ephraim», uno dei suoi famosi ritiri di in Terra Santa, egli lo abbia tenuto effettivamente qui.

Dedicato a Charles de Foucauld è anche il bel centro di accoglienza, voluto dai Cavalieri del Santo Sepolcro e posto tra la chiesa e la casa antica che al suo interno rispetta perfettamente il tipo di abitazione biblica (cfr. Ct 5,2-6; Lc 11, 5-8).

La comunità cattolica latina, animata dal parroco abouna Ra’ed è molto vivace sia in campo apostolico, sia in campo sociale. Ma tutti a Taybeh si sentono coinvolti e coinvolgono amici sparsi in Europa e nel mondo, tanto che il nome della cittadina e delle sue iniziative sono ormai note a livello internazionale.

 

Al termine di questo percorso lungo le strade di Samaria, come sempre mi accade da quindici anni in qua, conservo in me la dolcezza del paesaggio e il tratto accogliente degli uomini e delle donne incontrate, ma anche un profondo sgomento: quando gli abitanti di queste terre potranno sentirsi cittadini della loro patria e vivere in pace? E come sarà possibile creare finalmente uno stato libero, con tanti insediamenti ebraici sparsi a macchia di leopardo e abitati da oltre mezzo milione di persone che appartengono ad un’altra nazione e vogliono far parte di un altro stato? Provo questi sentimenti senza rancore, perché amo ugualmente i due popoli. E sogno da sempre il giorno del buon senso, della giustizia, del timor di Dio, dell’amore del prossimo, che etimologicamente significa: «il proprio vicino».

fratel Alvaro